Sito
ottimizzato per una risoluzione di 1024 x 768 pixel.
Aggiornato:
23/03/2007
Noi
crediamo nel Matrimonio nella sua santità e
indissolubilità così come Gesù Cristo lo ha
concepito elevandolo a Sacramento.
Il testo
che segue spiega che cosa sia il Sacramento del
Matrimonio: è tratto dal Catechismo Tridentino
promulgato da S. Pio V nell'anno del Signore
1566.
Santità del Matrimonio cristiano
289
I pastori devono prospettare per il popolo
cristiano una vita beata e perfetta, perché
potrebbero anch'essi auspicare quel che
l'Apostolo diceva di desiderare, scrivendo ai
Corinzi: "Voglio che siate tutti come me" (1 Cor
7,7), cioè che tutti seguissero la perfetta
castità. Che cosa infatti di più alto ci può
essere, per i fedeli quaggiù, di un riposo
permanente dello spirito che non sia distratto
da nessuna cura con ogni carnale libidine
debellata nell'amore della devozione e nella
meditazione delle celesti verità? Ma poiché,
secondo la frase del medesimo Apostolo, ciascuno
riceve un proprio dono da Dio (chi in un modo
chi in un altro), mentre il Matrimonio stesso è
accompagnato da così grandi e soprannaturali
beni da essere annoverato veramente e
propriamente fra gli altri sacramenti della
Chiesa cattolica e da meritare che il Signore
santificasse con la sua presenza una cerimonia
nuziale (Gv 2,2), appare evidente l'opportunità
di parlarne. Tanto più che san Paolo (Rm 7,2, 1
Cor 7; Ef 5,22; Col 3,18) come il principe degli
Apostoli (1 Pt 3,1) in più luoghi hanno scritto
intorno alla dignità e agli obblighi del
Matrimonio. Illuminati dal divino spirito, essi
comprendevano gli insigni vantaggi che possono
ridondare sulla società cristiana, qualora i
fedeli conoscano bene e rispettino la santità
matrimoniale e i danni e le calamità che invece
possono piombare sulla Chiesa, qualora la
ignorino e la trasgrediscano.
Si devono quindi spiegare anzitutto la natura e
i doveri del Matrimonio, perché spesso i vizi
assumono l'apparenza dell'onestà e occorre
badare a che i fedeli, ingannati da un falso
concetto del Matrimonio, non finiscano con il
macchiare l'anima in turpi libidini.
Per mostrare meglio la cosa, cominceremo
dall'esaminare il significato dei termini.
"Matrimonio" è una denominazione che deriva dal
fatto che lo scopo principale per cui la donna
deve andare a nozze è quello di divenire madre;
oppure perché è particolare ufficio della madre
concepire, partorire ed educare la prole.
"Coniugio" poi deriva da "coniugare", in quanto
la moglie legittima è sottoposta al medesimo
giogo con il marito. Infine il vocabolo "nozze",
come dice sant'Ambrogio (De Abr., 1, 9),
sorge dalla circostanza che le fanciulle
solevano velarsi per pudore e pare che si
accennasse anche al dovere che esse fossero
sottomesse e obbedienti ai loro mariti.
Definizione del Matrimonio
290
Questa è la definizione, secondo il parere
concorde dei teologi: "Il Matrimonio è l'unione
maritale dell'uomo con la donna, contratta fra
persone legittime, che implica una inseparabile
comunanza di vita".
Affinché si possano meglio comprendere le varie
parti della definizione, si deve far notare che,
sebbene il Matrimonio comprenda il consenso
interno, il patto espresso esternamente con la
parola, l'obbligo e il vincolo che ne
scaturiscono e l'accoppiamento dei coniugi, con
cui il Matrimonio è consumato, pure nulla di ciò
costituisce l'essenza del Matrimonio, che
consiste propriamente nell'obbligazione e nel
vincolo reciproco, espresso dal vocabolo
"unione".
Si aggiunge il qualificativo "maritale", perché
le altre convenzioni con cui si obbligano uomini
e donne a prestarsi scambievole assistenza, in
base a compenso o per altra ragione, sono del
tutto estranee alla natura del Matrimonio.
È detto poi "fra persone legittime", perché
coloro che le prescrizioni legali escludono
perentoriamente dalle nozze non possono
contrarre Matrimonio e, se lo contraggono, è
invalido. Per esempio chi è legato da parentela
dentro il quarto grado, o il giovanetto prima
del suo quattordicesimo anno e la giovanetta
prima del dodicesimo (età fissata dalle leggi)
non sono idonei a stringere validi vincoli
nuziali.
L'ultima clausola, "costituisce un'inseparabile
comunanza di vita", spiega la natura del vincolo
indissolubile che lega marito e moglie.
Da ciò risulta che la natura e il valore del
Matrimonio consistono in questo vincolo. Se le
definizioni di altri illustri scrittori sembrano
riporle nel consenso, dicendo, per esempio, che
il Matrimonio è il consenso dell'uomo e della
donna, ciò va inteso nel senso che il consenso è
la causa efficiente del Matrimonio, come
insegnarono i Padri del Concilio Fiorentino, non
potendoci essere obbligo e vincolo reciproco, se
non in virtù di un consenso o contratto.
È assolutamente necessario che questo consenso
sia espresso con parole al tempo presente.
Infatti il Matrimonio non è una semplice
donazione, ma un patto scambievole; non può
dunque bastare all'unione matrimoniale il
consenso di uno dei due coniugi, ma deve essere
mutuo. Ora è evidente che a esprimere il mutuo
consenso dell'animo sono necessario le parole.
Se il Matrimonio potesse sorgere dal puro
consenso interiore, senza alcun segno esterno,
quando due persone lontanissime consentissero
nel progetto di Matrimonio, sarebbero subito
strette in vincolo matrimoniale, anche prima di
manifestare per lettera o per interposta persona
la loro volontà; ciò è del tutto difforme dalla
ragione, dalla consuetudine e dalle leggi della
santa Chiesa.
Inoltre abbiamo detto che il consenso deve
esprimersi con parole indicanti il tempo
presente e giustamente, perché quelle che
indicano il futuro non uniscono il Matrimonio,
ma lo promettono. Quel che è futuro
evidentemente non esiste ancora e quel che non
esiste non ha stabilità e concretezza; perciò
non possiede ancora diritto coniugale sulla
donna chi promette semplicemente di prenderla in
moglie, ne sempre l'adempimento segue subito la
promessa, sebbene chi promette debba osservare
la parola data e, se non lo faccia, incorra nel
reato di fede violata. Invece chi si unisce con
il vincolo matrimoniale, pur pentendosi poi, non
può mutare o annullare quel che ha fatto.
Siccome l'obbligo coniugale non è una pura
promessa, ma una cessione, per la quale l'uomo
trasmette realmente la potestà sul proprio corpo
alla donna e questa a lui, ne segue
necessariamente che il Matrimonio deve essere
contratto con parole al presente, la cui forza
perdura dopo che sono state pronunciate e lega
indissolubilmente marito e moglie. Al posto però
delle parole possono bastare alla validità del
Matrimonio gesti e segni che indichino
nettamente il consenso intimo e lo stesso pudico
silenzio della fanciulla, quando parlino per
essa i suoi genitori.
In complesso i parroci insegneranno ai fedeli
che l'essenza e la forza del Matrimonio
risiedono nel vincolo e nell'obbligazione e che
posto il consenso, espresso nel modo indicato,
non è necessario l'accoppiamento perché il vero
Matrimonio sussista. Infatti i nostri
progenitori, prima del peccato, quando ancora
nessun contatto carnale era intervenuto tra
loro, come i Padri riconoscono, erano già
congiunti in vero Matrimonio. Perciò i Padri
affermano che il Matrimonio consiste nel
reciproco consenso, non già nella copula, come
anche sant'Ambrogio ripete nel suo scritto
intorno alle Vergini (6,1).
Dopo ciò il parroco spiegherà che il Matrimonio
presenta due aspetti; si può infatti considerare
come unione naturale (l'accoppiamento infatti
non è una istituzione umana, bensì un fatto
naturale), o come sacramento, la cui forza
oltrepassa lo stato delle realtà naturali. E
poiché la grazia perfeziona la natura e lo
spirituale non è prima dell'animale, ma
viceversa, la logica vuole che si tratti prima
del Matrimonio nel suo aspetto di fatto naturale
e poi di ciò che lo riguarda come sacramento.
Istituzione e finalità del Matrimonio
291
Anzitutto i fedeli siano istruiti sulla verità
che il Matrimonio fu istituito da Dio. Scrive la
Genesi: "Dio li creò maschio e femmina e li
benedisse, dicendo: "Crescete e moltiplicatevi"
". E poi: "Non è bene che l'uomo sia solo:
facciamogli un essere simile a lui, che lo
aiuti". E poco dopo: "Adamo non aveva ancora un
aiuto simile a lui.
Mandò dunque il Signore Dio un invincibile sonno
ad Adamo e quando si fu addormentato, gli
estrasse una costa, la circondò di carne,
trasformandola in donna, e la consegnò ad Adamo,
il quale disse: "Ecco dunque, ossa delle mie
ossa e carne della mia carne; sarà chiamata
Virago, poiché è stata tratta dall'uomo". Perciò
l'uomo lascerà suo padre e sua madre, si unirà a
sua moglie e saranno due esseri in una sola
carne (Gn 1,27; 2,18-24). Queste parole,
confermate dallo stesso nostro Signore in san
Matteo (19,6), mostrano come il Matrimonio sia
istituito divinamente.
Dio però non si limitò a istituirlo, ma, secondo
le definizioni del santo Concilio di Trento, lo
rese vincolo perpetuo e indissolubile. Per
questo il Salvatore sentenziò: "L'uomo non osi
dividere quel che Dio ha congiunto" (Mt 19,6).
Già al Matrimonio, come semplice fatto naturale,
conveniva che non potesse mai sciogliersi,
quantunque tale proprietà rampolli soprattutto
dalla sua natura di sacramento; esso infatti per
tutte le sue proprietà naturali raggiunge la più
alta perfezione. A ogni modo ripugna già
all'esigenza dell'educazione dei figli e agli
altri beni matrimoniali la dissolubilità del
vincolo.
Le parole poi del Signore "Crescete e
moltiplicatevi" mirano a delucidare le cause
dell'istituto matrimoniale, non già a imporre un
obbligo a tutti e singoli gli uomini.
Ormai il genere umano si è tanto accresciuto che
non solamente non sussiste legge che obblighi
ciascun uomo a contrarre Matrimonio, ma appare
invece singolarmente raccomandata la verginità,
consigliata nella Scrittura come stato superiore
al Matrimonio, dotata di maggiore perfezione e
santità. Insegnò il Salvatore: "Chi può capire,
capisca" (Mt 19,20). E l'Apostolo ammonì: "Non
ho da comunicare un esplicito precetto del
Signore intorno ai vergini: ma lo do come un
consiglio, per restar fedele alla misericordia
ottenuta dal Signore" (1 Cor 7,25).
Si devono anche spiegare le ragioni dell'unione
matrimoniale.
La prima è rappresentata da quella associazione,
voluta dall'istinto naturale dei due sessi che,
cementata dalla speranza del reciproco sostegno
e appoggio, rende più agevole affrontare le
asprezze della vita e gli incomodi della
vecchiaia.
La seconda sta nel desiderio della procreazione,
non tanto per lasciare eredi dei beni materiali,
ma perché possano allevarsi buoni cultori della
vera fede religiosa. La Bibbia mostra come
questo fosse il principale proposito dei
Patriarchi nello sposarsi.
Ammonendo Tobia sul modo di rintuzzare la
violenza del demonio, l'angelo gli dice: " Ti
mostrerò io quelli sui quali il demonio può
prevalere. Su coloro che contraggono Matrimonio
per eliminare Dio dal proprio spirito, per
tuffarsi nella concupiscenza. come tanti cavalli
e muli privi di ragione, il demonio trionferà".
E aggiunge: "Tu impalmerai una vergine nel
timore di Dio, spinto più dal desiderio dei
figlioli che dalla cupidigia carnale, affinché
nel seme di Abramo tu possa conseguire la
benedizione che è nei propri figli" (Tb 6,16s).
Del resto fu questo l'unico motivo per cui Dio
istituì agli inizi il Matrimonio. S'intende
perciò quanto mostruoso sia il delitto di quei
coniugi che, mediante ritrovati medici,
impediscono il concepimento o procurano
l'aborto; questo equivale all'azione infame
degli omicidi.
La terza causa del Matrimonio sopravvenne dopo
il peccato originale che fece perdere la
giustizia in cui l'uomo era stato creato e
suscitò il conflitto fra l'appetito sessuale e
la ragione: chi, consapevole della propria
fragilità, non vuole affrontare la dura lotta
carnale, può perciò ricorrere al rimedio del
Matrimonio per evitare le colpe della libidine.
Scrive in proposito l'Apostolo: "In vista del
pericolo della fornicazione, ciascuno abbia
moglie, e ciascuna marito". E poco oltre,
imponendo l'astinenza temporanea dall'atto
matrimoniale per fare preghiera, soggiunge: "E
poi ravvicinatevi l'un l'altro, affinché Satana
non vi tenti con il pungolo della vostra
incontinenza" (1 Cor 7,5).
A qualcuno di questi motivi deve ispirarsi chi
vuole contrarre Matrimonio e lo vuol fare
piamente e religiosamente, come si conviene a
figli di santi.
Non si condannano però altri moventi, non
contrastanti con la santità del Matrimonio, che
vengono ad aggiungersi a questi e spingono gli
uomini al Matrimonio o inducono, nella scelta
della moglie, a preferire questa a quella: per
esempio la brama di lasciare eredi, la ricchezza
della prescelta, la sua bellezza, la nobiltà
della sua schiatta, la somiglianza del
temperamento. Neppure la Bibbia infatti
rimprovera al Patriarca Giacobbe di aver
preferito, per la sua bellezza, Rachele a Lia (Gn
29,17).
Il Matrimonio cristiano come sacramento
292
Dopo aver parlato del Matrimonio in quanto
unione naturale, i pastori spiegheranno come, in
qualità di sacramento, il Matrimonio assume una
natura molto più nobile e volta a un fine molto
più alto. Come agli inizi il Matrimonio, quale
unione naturale, fu istituito per la
propagazione del genere umano, così più tardi
gli fu conferita la dignità sacramentale,
affinchè sorgesse un popolo nuovo, educato al
culto del vero Dio e del nostro Salvatore Gesù
Cristo.
Quando Cristo volle offrire un simbolo sensibile
della sua strettissima unione con la Chiesa e
della sua sconfinata benevolenza verso di noi,
espresse appunto la divinità di così ineffabile
mistero con la santa unione dell'uomo con la
donna. E quanto simile scelta fosse opportuna,
risalta dal fatto che fra tutte le relazioni fra
esseri umani nessuna vincola più strettamente
dell'unione matrimoniale; nessun amore è più
forte di quello che passa fra marito e moglie.
Per questo la Scrittura raffigura molto spesso
l'unione divina di Cristo con la Chiesa mediante
l'immagine delle nozze.
La Chiesa, sulla esplicita autorità
dell'Apostolo, ritenne sempre per certa e sicura
la natura sacramentale del Matrimonio. Scrive
infatti san Paolo agli Efesini: "II marito deve
amare sua moglie come il proprio corpo. Chi ama
sua moglie, ama se stesso. Chi mai odiò la
propria carne? Tutti la nutrono e la
custodiscono, come Cristo fa con la Chiesa,
poiché siamo membri del suo corpo, parte della
sua carne e delle sue ossa. Per questo l'uomo
abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà
alla propria moglie, per essere due in una sola
carne. Veramente grande è questo sacramento; io
intendo dire in Cristo e nella Chiesa" (Ef
5,28-32). La frase "grande è questo sacramento"
va riferita indubbiamente al Matrimonio e vuol
dire che l'unione fra l'uomo e la donna, di cui
Dio è l'autore, è un sacramento, vale a dire
segno sacro di quell'ineffabile vincolo che
congiunge Cristo Signore alla Chiesa.
I Padri antichi, commentando il passo paolino,
l'hanno inteso in questo senso e il santo
Concilio di Trento ha definitivamente approvato
simile interpretazione. Evidentemente l'Apostolo
paragona il marito a Cristo e la moglie alla
Chiesa; stabilisce che il marito è il capo della
moglie, come Cristo lo è della Chiesa; perciò il
marito deve amare la moglie e la moglie a sua
volta amare e rispettare il marito. Gesù Cristo
amò la Chiesa, diede la propria vita per essa e,
secondo lo stesso Apostolo, la Chiesa è soggetta
a Cristo. Il sacro concilio dichiara inoltre che
con questo sacramento è simboleggiata e anche
realmente conferita la grazia, come del resto
vuole l'indole stessa sacramentale. Esso dice:
"Gesù Cristo, istitutore e consumatore dei
venerandi sacramenti, meritò con la sua passione
la grazia, atta a sublimare l'amore naturale, e
a rassodarlo in una indissolubile unità". I
pastori spiegheranno perciò che per la grazia
del sacramento i coniugi, stretti nel vincolo
dello scambievole amore, riposano nella mutua
affezione, rifuggono dagli amori illeciti ed
estranei, conservando immacolato il talamo del
loro connubio (Eb 13,4).
Dignità del Matrimonio cristiano
293
Il sacramento del Matrimonio sta molto al
disopra dei matrimoni contratti prima e dopo la
legge mosaica. Sebbene anche i pagani abbiano
sempre intravisto nel matrimonio qualcosa di
divino e di conseguenza abbiano considerato gli
illegali accoppiamenti come vietati da natura e
degni di punizione gli stupri, gli adulteri e
simili delitti sessuali, tuttavia i loro connubi
non ebbero valore sacramentale.
Presso gli Ebrei le leggi nuziali furono
indubbiamente rispettate con maggiore coscienza,
ne possiamo negare che una più alta santità
accompagnava i loro matrimoni. Depositari della
promessa secondo la quale tutti i popoli
dovevano essere benedetti nel seme di Abramo (Gn
12,3; 18,18), ritenevano che fosse insigne
compito religioso procreare figlioli, rampolli
del popolo da cui doveva trarre origine il
Cristo nostro Salvatore, per quanto naturalmente
concerne la natura umana. Alle loro unioni però
mancava la natura sacramentale.
Se poi ci poniamo dal punto di vista della
legge, sia di natura dopo il peccato, sia di
Mosè, facilmente constatiamo che la prassi
matrimoniale era decaduta dal suo decoro
originario. Vigendo la legge naturale
riscontriamo che parecchi antichi Padri furono
poligami. Più tardi la legge di Mosè permetteva
che, consegnato il libello del ripudio, il
marito divorziasse, in determinati casi, dalla
moglie (Dt 24,1). La legge evangelica soppresse
tali abusi e restituì il Matrimonio al suo stato
primitivo (Mt 19,9).
Quanto la poligamia (di cui però non tutti quei
vecchi Padri devono rimproverarsi, avendo alcuni
ottenuto da Dio indulgente il permesso di
sposare più mogli) sia difforme dalla natura del
Matrimonio, è dimostrato da quelle parole del
Signore: "Per questo lascerà l'uomo il padre e
la madre e si unirà con sua moglie; i due
saranno una sola carne". E subito dopo: "Dunque
non sono più due, ma una sola carne" (Mt 19,5).
Così volle mostrare che il Matrimonio fu da Dio
istituito in modo da consistere nell'unione di
due sole persone e non di più. Verità cotesta
esplicitamente asserita anche altrove. Egli
dice: "Chi ripudia la moglie e sposa un'altra, è
adultero. E se la moglie, ripudiato il marito,
sposa un altro, è adultera" (Me 10,11). Se
infatti al marito fosse lecito sposare più
mogli, non si vede perché dovrebbe dirsi
adultero quando, oltre la moglie che ha in casa,
ne impalma un'altra e non quando, congedata la
prima, si unisce con una nuova. Tanto è vero che
se un infedele, che secondo le consuetudini del
suo popolo ha parecchie mogli, si converte alla
vera religione, deve, per ordine della Chiesa,
lasciarle tutte, ritenendo solo come legittima
la prima sposata.
Indissolubilità del Matrimonio cristiano
294
Sempre con le parole di Cristo è facile provare
che il vincolo matrimoniale non può essere
spezzato da nessun divorzio. Se dopo avere
ricevuto il libello del ripudio la moglie fosse
sciolta dalla legge maritale, le sarebbe lecito
senza colpa di adulterio unirsi in matrimonio
con un altro uomo. Invece il Signore sentenziò
perentoriamente : "Chi rimanda la propria moglie
e ne prende un'altra, è adultero" (Lc 16,18). Il
vincolo coniugale dunque può essere spezzato
solo dalla morte. Anche l'Apostolo lo afferma,
quando scrive: "La moglie è legata alla legge,
finché il marito vive; quando questi sia morto,
essa è affrancata dalla legge e può sposare chi
vuole, nel Signore" (1 Cor 7,39).
E poco prima: "Non io, ma il Signore così
comanda a coloro che sono uniti in Matrimonio:
"La moglie non si allontani dal marito; qualora
se ne allontani, non si risposi, o cerchi di
riconciliarsi con il proprio marito" " (1 Cor
7,10). L'Apostolo lascia così alla moglie, che
per una ragionevole causa abbandoni il marito,
questa alternativa: che rimanga senza marito o
si riconcili con lui. Né la Chiesa consente agli
sposi di allontanarsi l'uno dall'altro senza
gravissimi motivi.
Perché non sembri troppo dura la legge
matrimoniale che importa l'indissolubilità, se
ne devono prospettare i vantaggi. Ricordino
anzitutto gli uomini che nel concludere il
Matrimonio occorre tener conto della virtù e
dell'affinità spirituale, molto più che delle
ricchezze e della bellezza. Si potrebbe
provvedere meglio di così al bene della comune
convivenza? In secondo luogo riflettano che se
il Matrimonio potesse rompersi con il divorzio,
non mancherebbero mai ragioni di dissidio,
giornalmente messe avanti dall'antico avversario
della pace e della pudicizia, mentre se
riflettono che, pur allontanati dalla convivenza
coniugale, perdura l'efficacia del vincolo
matrimoniale ed è sottratta la prospettiva di
poter prendere un'altra moglie, i fedeli saranno
molto più guardinghi dal farsi trascinare
dall'ira e dalla discordia. Pur separati
dall'altro coniuge, finiranno con il sentirne
vivo desiderio e facilmente l'intervento degli
amici porterà alla riconciliazione.
I pastori non tralasceranno di ricordare a
questo proposito l'ammonizione di sant'Agostino,
il quale per indurre i fedeli a non essere
troppo restii a perdonare alle mogli congedate
per adulterio, purché pentite del misfatto,
interrogava: "Perché il marito non accoglierà
una moglie che la Chiesa accoglie? E perché la
moglie non perdonerà al marito adultero ma
penitente, dal momento che anche Cristo gli
perdonò? " (De adult. con., 2, 6). La
frase biblica: "E’ sciocco chi tiene con sé
un'adultera" (Prv 18,22), vale per colei che,
avendo peccato, non vuole ravvedersi.
Da tutto ciò si rileva come il Matrimonio dei
cristiani supera di gran lunga in nobiltà e
perfezione sia quello dei pagani sia quello
degli Ebrei.
Effetti del sacramento del Matrimonio
295
I pastori insegnino ai fedeli che tre sono i
beni del Matrimonio: la prole, la fede, il
sacramento. Con essi sono neutralizzate quelle
pene cui allude l'Apostolo con le parole:
"Sperimenteranno la tribolazione della carne" (1
Cor 7,28) e le unioni sessuali, che al di fuori
del Matrimonio apparirebbero giustamente
riprovevoli, ne vengono nobilitate e coonestate.
Il primo bene è costituito dalla "prole", cioè
dai figli ottenuti da una legittima moglie.
Così importante appariva questo bene
all'Apostolo, da dire: "La donna sarà salvata
mediante la generazione dei figli" (1 Tm 2,15).
Questo inciso non va inteso come allusivo alla
semplice procreazione, ma anche alla formazione
spirituale per la quale i figli sono educati
alla pietà. Aggiunge infatti l'Apostolo: "Se
essi permarranno nella fede".
Ammonisce poi la Scrittura: "Hai dei figli?
Istruiscili e piegali dai giorni della loro
infanzia" (Sir 7,23). San Paolo riproduce il
comando (Ef 6,4; Col 3,20) e nella Scrittura
Tobia, Giobbe e altri santi Padri offrono esempi
dei magnifici risultati di questa disciplina. Ma
quali siano i doveri dei genitori e dei figli
sarà spiegato più diffusamente nel quarto
precetto del Decalogo.
Il secondo bene è la "fede", non già intesa come
quell'ambito di virtù che riceviamo all'istante
del Battesimo, ma come quella fedeltà in virtù
della quale marito e moglie si legano tanto
strettamente a vicenda da trasmettersi la
potestà del proprio corpo e da giurarsi perpetua
osservanza del patto coniugale. Ciò risulta
dalle parole pronunciate dal primo uomo nel
momento di ricevere Eva per moglie (Gn 2,24),
parole che Cristo ratificò nel Vangelo: "Per
questo lascerà l'uomo il padre e la madre e si
unirà con sua moglie e i due saranno una sola
carne" (Mt 19,5). E risulta pure dal passo
dell'Apostolo: "La moglie non ha potestà sul
proprio corpo, ma l'ha il marito; parimenti il
marito non ha potere sul proprio corpo, ma lo ha
la moglie" (1 Cor 7,4).
Si comprendono perfettamente le gravissime
minacce lanciate dal Signore nel Vecchio
Testamento contro gli adulteri che violano la
fede coniugale (Lv 20,10). Tale fede inoltre
esige che marito e moglie siano stretti da un
amore particolare, puro e santo, sicché si amino
non come adulteri, ma come Cristo amò la sua
Chiesa. Questa è la regola dell'Apostolo:
"Mariti, amate le vostre mogli come Cristo ha
amato la sua Chiesa" (Ef 5,25) che egli
predilesse con affetto inesauribile, unicamente
volto al suo vantaggio.
Il terzo bene, denominato "sacramento", consiste
nell'infrangibile vincolo matrimoniale poiché,
secondo l'Apostolo, il Signore ha imposto alla
moglie di non abbandonare il marito, di restare,
qualora se ne allontani, senza marito, oppure di
riconciliarsi con lui; al marito comanda di non
mandar via la propria moglie (1 Cor 7,10).
Infatti il Matrimonio esprime, in quanto
sacramento, l'unione di Cristo con la Chiesa e
poiché Cristo mai si separa dalla Chiesa, è
necessario che, per quanto riguarda il vincolo
coniugale, la moglie non possa mai separarsi dal
marito.
Doveri coniugali
296
Affinché la santa società coniugale perduri più
serena, devono essere inculcati i doveri del
marito e della moglie, quali furono descritti da
san Paolo e da san Pietro, principe degli
Apostoli.
S'impone al marito l'obbligo di trattare con
generosità e onore la moglie. Si ricordi che
Adamo chiamò "compagna" Eva: "La donna che mi
desti a compagna" (Gn 3,12).
Perciò, secondo l'insegnamento di alcuni Padri,
Eva non fu tratta, per esempio, dai piedi
dell'uomo, ma dal suo fianco; ne dal suo capo,
affinché capisse di essere non padrona, ma
suddita del marito. Inoltre è bene che il marito
sia costantemente occupato in qualche onesta
professione per provvedere il necessario al
sostentamento della famiglia e per non poltrire
nell'ozio, padre di tutti i vizi. Infine deve
saggiamente organizzare la famiglia, correggere
i costumi di tutti i membri di essa, sorvegliare
su ciascuno perché adempia il suo compito.
Alla moglie incombono i doveri indicati dal
principe degli Apostoli: "Le mogli siano
soggette ai loro mariti, sicché se alcuno di
questi non crede alla parola [di Dio], sia
guadagnato, senza la parola, dalla condotta
esemplare della compagna, valutandone la santità
unita al rispetto. Non siano loro vanto la
capigliatura bene acconciata, ornamenti d'oro,
sfoggio delle vesti: ma cercate piuttosto di
adornare l'interno del cuore, coltivato
nell'integrità di uno spirito schivo e modesto,
ricco al cospetto di Dio. Così una volta si
ornavano le sante donne, ricche di speranza in
Dio, soggette ai propri mariti. Così Sara
obbediva ad Abramo, chiamandolo signore" (1 Pt
3,1-6). Sia loro somma cura educare i figli
nell'amore della religione e sorvegliare
l'andamento della casa. Stiano volentieri in
casa, se il bisogno non le costringa a uscire, e
in tal caso chiedano sempre il permesso allo
sposo. Infine (ed è qui l'essenza dell'unione
matrimoniale) ricordino sempre che per volontà
divina nessuno devono amare e apprezzare più del
marito, al quale obbediranno prontamente in
tutto ciò che non sia in contrasto con la virtù
cristiana.
Riti nuziali: impedimenti matrimoniali
297I parroci faranno
bene a illustrare le cerimonie che accompagnano
la celebrazione del Matrimonio. Non registreremo
qui le regole emanate in proposito dal sacro
Concilio di Trento con diligenza e abbondanza. I
parroci non possono ignorare i suoi decreti. Ci
limiteremo a raccomandare loro di studiare bene
la dottrina del Concilio su questo punto e di
esporla coscienziosamente ai fedeli.
Insisteremo piuttosto nel ricordare loro di
ammonire senza stancarsi i giovani e le ragazze,
la cui età è contrassegnata da tanta leggerezza,
a non iniziare, sotto illusorie parvenze
nuziali, rapporti di turpi amori. Proclamino
solennemente che non sono veri e legittimi
Matrimoni quelli contratti senza la presenza del
parroco, o di altro sacerdote delegato da lui o
dall'ordinario, e di un certo numero di
testimoni.
I pastori devono poi additare con cura ciò che
impedisce il Matrimonio. Molti gravi e dotti
autori, che scrissero sui vizi e le virtù, si
fermarono su questo tema con tale accuratezza,
che a tutti sarà facile ricavarne sufficiente
istruzione; tanto più che si tratta di libri che
i pastori devono aver sempre sotto mano. Leggano
attentamente le prescrizioni in essi contenute e
poi quanto il santo Concilio di Trento ha
stabilito circa gli impedimenti che scaturiscono
dalla parentela spirituale, dalla pubblica
onestà, dalla fornicazione e ne parlino poi ai
fedeli.
Da quanto si è detto emerge quali sentimenti
debbano animare i fedeli che contraggono
Matrimonio. Non pensino di stringere un
contratto umano, ma di compiere un atto divino,
il quale esige speciale integrità di spirito e
grande pietà, come mostrano a sufficienza gli
esempi dei Padri dell'antico Patto. Essi andando
a nozze, seppure non insignite di dignità
sacramentale, ritennero sempre di dover portare
a esse massima riverenza religiosa e purezza di
cuore.
Fra l'altro si esortino specialmente i figli di
famiglia a rendere ai loro genitori, e in genere
a coloro da cui dipendono, l'onore di non
contrarre Matrimonio a loro insaputa o
nonostante la loro opposizione. Vediamo nel
Vecchio Testamento come il matrimonio dei figli
è sempre concertato dai genitori. Anche
l'Apostolo sembra raccomandare che su questo
terreno ci si attenga molto al volere del padre
e della madre, quando dice: "Chi congiunge in
matrimonio la propria figliola fa bene e chi non
la sposa fa meglio" (1 Cor 7,38).
Rimane infine da esporre quel che riguarda l'uso
del Matrimonio. I parroci ne parlino in modo che
dalle loro labbra non esca parola capace di
offendere le orecchie e l'animo degli
ascoltatori, o di muovere a riso. Come i
discorsi del Signore sono casti, così conviene
in particolare al dottore del popolo cristiano
usare parole improntate a serietà e purezza di
mente.
Due ammaestramenti in proposito saranno
impartiti ai fedeli: primo, che non devono usare
del Matrimonio esclusivamente per voluttà
libidinosa, ma per quei fini che Dio ha
prescritto e che abbiamo sopra segnalato.
Occorre ricordare la raccomandazione
dell'Apostolo: "Chi ha moglie, sia come se non
l'avesse" (1 Cor 7,29) e il detto di san
Girolamo: "II saggio amerà ragionevolmente, non
per istinto di passione, sua moglie: frenerà
l'impeto carnale, non cercherà freneticamente
l'accoppiamento. Nulla di più turpe che amare la
propria moglie come una sgualdrina" (Adv.
lovin., 1, 49). E poiché ogni bene deve
essere umilmente chiesto a Dio, il secondo
ammaestramento da impartire ai fedeli riguarda
l'astensione saltuaria dall'atto coniugale, per
pregare Dio. Sappiano che tale norma deve
principalmente osservarsi tre giorni almeno
prima di ricevere la santa Eucaristia e più
spesso durante la celebrazione del digiuno
quaresimale, come i nostri Padri giustamente e
piamente prescrissero. Così i coniugi sentiranno
crescere giornalmente i beni del Matrimonio,
sotto l'influsso della grazia divina e, battendo
i sentieri della virtù, non solo trascorreranno
serenamente la vita terrena, ma nutriranno
speranza verace di conseguire, per misericordia
di Dio, la beatitudine sempiterna.